Quando a Oslo hanno pronunciato il suo nome, Navanethem «Navi» Pillay non lo sapeva ancora. Il Comitato norvegese non era riuscito a raggiungerla; lei era a Norimberga, nella città dei processi che fondarono la giustizia penale internazionale, ospite di un forum di giuristi. La notizia le è arrivata dalla sala, tra gli applausi. «È vero?», ha chiesto. Poi, con l’ironia di chi ha attraversato l’apartheid, ha aggiunto «Se applaudite ancora un po’, forse dividerò il premio con Trump».
La battuta non è casuale. Il presidente statunitense insegue da anni quel riconoscimento; e la sua amministrazione ha colpito con sanzioni la Corte penale internazionale, l’istituzione in cui Pillay ha servito come giudice. Premiare lei, ha spiegato il presidente del Comitato Jørgen Watne Frydnes, è anche un messaggio a chi non rispetta la Corte.
Il premio va alla giurista ottantacinquenne «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Nata a Durban da una famiglia di origine tamil, prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal nel 1967, difese gli oppositori del regime segregazionista; poi sedette nel Tribunale per il Ruanda e nella Cpi, e guidò l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani dal 2008 al 2014.
Ma è l’ultimo incarico a dare al premio il suo peso politico. Come presidente della Commissione d’inchiesta Onu sui territori palestinesi occupati, Pillay ha dichiarato che la commissione aveva raccolto moltissime prove di violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani da parte di Israele. Nel settembre 2025 la commissione ha concluso che a Gaza è in corso un genocidio, richiamando gli Stati membri dell’Onu all’obbligo di prevenirlo, di fermare crimini di guerra e crimini contro l’umanità, di porre fine all’impunità. E ha indicato più volte la radice della violenza ricorrente nella lunga occupazione dei territori palestinesi, cinquantanove anni di dominio militare israeliano, e nella negazione del diritto all’autodeterminazione.
Pillay è la quinta personalità sudafricana a ricevere il Nobel per la pace, dopo Albert Luthuli, Desmond Tutu, Nelson Mandela e Frederik de Klerk; gli ultimi tre premiati per la lotta all’apartheid. Una genealogia che pesa, se si ricorda che è stato proprio il Sudafrica a portare Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di genocidio.
La reazione del governo israeliano è stata scomposta. Il ministero degli Esteri ha parlato di uso grottesco del premio per legittimare l’odio, e ha scritto che ora Goebbels applaude dall’inferno. Da Washington, invece, per ora il silenzio; nessuna dichiarazione della Casa Bianca, mentre Trump, alla vigilia, ripeteva di aver «risolto otto guerre». A Norimberga, intanto, una donna di ottantacinque anni rispondeva a chi le chiede quando si fermerà. Non ancora.

