Non è più soltanto la divisa a finire sotto accusa, ora tocca al camice. Mercoledì scorso la Hind Rajab Foundation ha chiesto alla Corte Penale Internazionale di indagare su funzionari del governo israeliano e su medici sospettati di aver partecipato alla morte, alla tortura e ai maltrattamenti di detenuti palestinesi nel centro di Sde Teiman. Secondo l’azione legale, tra l’ottobre 2023 e il novembre 2025 almeno 29 prigionieri sarebbero morti per violenze fisiche, per negligenza medica, o per entrambe.
La fondazione, nata nel 2024 con sede a Bruxelles, è nota per inseguire i soldati israeliani nei tribunali di mezzo mondo; un anno fa aveva depositato all’Aia un dossier di 120 pagine contro 24 militari accusati dell’uccisione di Hind Rajab, la bambina di sei anni da cui prende il nome. Puntare sui medici è un salto di qualità, giuridico e simbolico.Sde Teiman, base militare nel Negev trasformata in campo di detenzione, ha ospitato migliaia di abitanti di Gaza, spesso senza accuse. Le prime denunce sono nate dentro Israele. Nell’aprile 2024 alcuni medici entrati nella struttura si rivolsero al ministero della Salute e all’Ordine dei medici, poi, senza esito, a Physicians for Human Rights Israel; parlarono di cure negate, di feriti trattati legati per i quattro arti, di danni irreversibili e di decessi. Un medico dell’ospedale da campo scrisse al procuratore generale che le amputazioni causate dalle manette erano ormai routine.
Il nodo è qui. Il medico, anche in guerra, resta vincolato a un’etica che non conosce nemici; curare un uomo bendato e incatenato, tacere sull’origine delle sue ferite, significa diventare un ingranaggio del sistema. Un chirurgo israeliano intervistato da El País ha ammesso di sentirsi «complice», pur sapendo che qualcuno doveva assistere quei detenuti.
Resta la questione della giustizia interna. Israele sostiene di poter indagare da sé, e su questo si regge il principio di complementarità che tiene lontana l’Aia. Ma la vicenda giudiziaria di Sde Teiman racconta altro. Il video dei presunti abusi su un detenuto è costato il posto alla procuratrice militare Yifat Tomer Yerushalmi, che ne aveva autorizzato la diffusione; il suo successore, Itai Ofir, ha poi annullato l’accusa contro i cinque riservisti imputati, citando anche la condotta della procuratrice. Il processo è finito prima di cominciare.
Tra i soggetti indicati figurano gli ex ministri della Salute Moshe Arbel e Uriel Buso, il presidente dell’Associazione medica israeliana (IMA), professor Zion Hagay, l’amministratrice delegata dell’IMA, avvocata Leah Wapner, e il presidente del Comitato etico dell’IMA, dottor Yosef Walfisch, oltre ad altri nomi citati nella comunicazione.
Dyab Abou Jahjah, direttore generale della HRF ha dichiarato:
«Questa settimana l’establishment medico israeliano siede all’Assemblea generale dell’Associazione medica mondiale, a Rotterdam, come se nulla fosse accaduto. La stessa associazione che ha definito la tortura dei detenuti palestinesi “un’adeguata assistenza medica” siede ora tra i delegati che discutono di etica medica. I medici israeliani hanno abbandonato la loro neutralità quando hanno accettato di curare pazienti in catene e di cancellare ciò che era stato fatto loro. La WMA deve spiegare perché un’associazione che ha fornito copertura istituzionale alla tortura sia ancora la benvenuta al suo tavolo.»Natacha Bracq, responsabile del contenzioso della HRF ha dichiarato:
«Le prove dimostrano che la partecipazione dei medici alle torture e agli abusi di Sde Teiman era strutturale. Il ministero della Salute israeliano ha costruito l’ospedale da campo e dettato le modalità delle cure; i medici operavano sotto l’autorità della Polizia militare anziché del Corpo sanitario; un’associazione professionale ha fornito la copertura etica. Il sistema sanitario teneva in vita i detenuti perché subissero ulteriori torture e interrogatori, facendo in modo che le loro ferite non lasciassero traccia nelle cartelle cliniche. La comunicazione presentata dalla HRF ai sensi dell’articolo 15 chiede al procuratore della CPI di indagare su questo sistema per ciò che è, una catena di complicità nella tortura che va dai ministri del governo fino ai medici in servizio.»
Intanto a Gaza si continua a morire. Sabato nove palestinesi uccisi in due raid; l’esercito parla di miliziani, senza dettagli. Israele accusa Hamas di riarmarsi, Hamas nega. Già in primavera il ministero della Sanità di Gaza contava almeno 951 vittime dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Una tregua che oggi compie un anno; e che somiglia sempre meno a una pace.

