Da Jenin a Hebron, le strade della Cisgiordania occupata sono diventate un manifesto elettorale a cielo aperto. Qui vivono centinaia di migliaia di coloni, un bacino di voti che nessuno in Israele può più permettersi di ignorare, e qui la destra ha scelto lo slogan che riassume la sua visione, «O Palestina o destra». Un’alternativa secca, che non lascia spazio a uno Stato palestinese.
Il diritto esclusivo
La coalizione uscente di Benjamin Netanyahu lo aveva scritto nero su bianco nel suo accordo di governo, rivendicando per il popolo ebraico un diritto «esclusivo e indiscutibile» su tutta la Terra d’Israele. Dietro c’è una copertura biblica, che fa dell’annessione quasi un dovere. E le parole sono diventate fatti; 31 proposte di legge su colonie e sovranità all’inizio della legislatura, migliaia di dunam confiscati nella valle del Giordano e nel nord, 41.709 alloggi approvati in due anni e mezzo, il 40% in più, oltre quanto autorizzato nei sei anni precedenti. In campagna elettorale, l’estrema destra ha agitato davanti ai coloni lo spettro di Gadi Eisenkot al governo. Con lui, hanno detto, rischiate lo sgombero.
L’opposizione che non si oppone
Basta però guardare dall’altra parte per scoprire che la distanza è minore di quanto sembri. I Democratici di Yair Golan, eredi della sinistra, parlano di «separazione responsabile», respingono l’annessione e chiedono di fermare l’espansione delle colonie; eppure i due Stati non sono più in cima al programma, e la libertà d’azione militare israeliana resta intoccabile.
Yashar, il partito di Eisenkot, ragiona da generale. Nessun progetto politico per chiudere il conflitto, nessun sostegno ai due Stati; soltanto la cautela di chi teme di annettere milioni di palestinesi, con tutto il peso demografico che ne deriverebbe.
Ridurre il conflitto, non risolverlo
Naftali Bennett, alla guida di Insieme, rifiuta il ritiro da territori che considera strategici. Al posto dei negoziati propone di «ridurre il conflitto»; più autonomia civile, lavoro, servizi, ma nessuna sovranità. E sostiene la costruzione nell’area E1, tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, dove le nuove colonie spezzerebbero in due la Cisgiordania.
Avigdor Lieberman, con Israel Beitenu, va oltre. Vuole cancellare Oslo e smantellare l’Autorità palestinese, annettere l’Area C e affidare la gestione civile delle Aree A e B a una confederazione con la Giordania, lasciando a Israele la sicurezza.
Un popolo senza posto
Così, dalla destra al centro, le proposte cambiano tono ma non direzione. Annessione, separazione, gestione, riduzione; parole diverse per un unico confine che nessuno attraversa, quello della sovranità palestinese. E i palestinesi della Cisgiordania restano sullo sfondo dei programmi, questione di sicurezza più che soggetto politico.

