Sei ore di interrogatorio, poi il rinvio a giudizio in poche ore. Il 21 ottobre Lina Attalah, cofondatrice e direttrice di Mada Masr, è comparsa davanti al parquet supremo per la sicurezza dello Stato nel caso n. 9072 del 2026; le hanno chiesto del funzionamento e del finanziamento del giornale, e soprattutto di un’inchiesta sulle proteste esplose in diverse carceri egiziane. L’accusa formale, gestire un sito senza licenza, è un pretesto quasi grottesco. Mada Masr chiede quella licenza dal 2018, e l’ultima domanda attende risposta dal 2023. Il silenzio dello Stato diventa così il reato del giornalista, in un Paese dove il sito è oscurato dal 2017 e dove Mada Masr resta una delle ultime voci libere.
Un simulacro di processo
Il 27 ottobre il tribunale per i reati minori di New Cairo ha chiuso la partita in una sola udienza. Respinte le richieste della difesa di esaminare gli atti e ascoltare testimoni; nominato d’ufficio un avvocato, benché otto legali di fiducia fossero in aula e lei si opponesse, un’obiezione che il giudice si è rifiutato di mettere a verbale. La pena è stata la massima prevista, tre milioni di sterline egiziane, poco più di 48mila euro, con la chiusura del sito e la confisca delle attrezzature. Uomini armati l’hanno circondata, sollevata da terra e portata via; è uscita solo dopo il pagamento, scoprendo in quel momento una condanna in contumacia del 2024 a un anno di carcere per notizie false e sito senza licenza.
La battaglia di questi giorni
Negli ultimi giorni il potere ha tentato anche la via della propaganda. Il 31 ottobre il Consiglio supremo della magistratura ha sostenuto che Attalah avesse rinunciato per iscritto all’appello; il 1° novembre Mada Masr ha smentito, ricordando che la difesa non dispone ancora né del fascicolo né di una copia ufficiale della sentenza. Il 2 novembre l’avvocato Hassan al Azhari ha annunciato che l’appello sarà discusso il 25 novembre, mentre l’11 novembre Attalah tornerà in aula per la seconda volta in due settimane, accusata di diffondere notizie false, con il rischio concreto del carcere. Il CPJ e altre 129 organizzazioni hanno condannato la sentenza; intanto la procura ha prolungato di quindici giorni la detenzione dei sei giornalisti della piattaforma di verifica Matsadaash. La redazione si dice «arrabbiata ma fiduciosa», decisa a continuare. A lei va la nostra solidarietà, piena e senza condizioni; e in Italia non possiamo dimenticare che Mada Masr fu l’unica testata egiziana ad aprire un’inchiesta sull’uccisione di Giulio Regeni.

