A Osnabrück, nel cuore industriale della Bassa Sassonia, le linee che per diciassette anni hanno assemblato le cabriolet T-Roc e Arteon si fermeranno per sempre entro l’estate 2027. Volkswagen gestisce quello stabilimento dal 2009, da quando lo salvò dal fallimento del vecchio carrozziere Karmann. Oggi, di fronte a una crisi che il gruppo non riesce più a nascondere, la fabbrica rischiava la stessa sorte. Per evitare il licenziamento secco di tutti i 2300 dipendenti Volkswagen ha scelto una strada che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile: cedere il controllo del sito a un nuovo veicolo societario guidato da Aurelius Capital, fondo con base in Israele nei cui vertici siedono, tra gli altri, l’ex comandante del Cyber Command americano Michael Rogers e l’ex generale dell’aeronautica israeliana Amir Eshel; il Land della Bassa Sassonia, storico azionista del gruppo, resta comunque in partita con una quota di minoranza e 200 milioni di euro pubblici.
Il primo progetto industriale annunciato per il nuovo corso è la collaborazione con Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda israeliana dietro sistemi come l’Iron Dome, l’Arrow e il David’s Sling. A Osnabrück non nasceranno i missili intercettori, riservati a impianti altamente specializzati, ma la parte pesante e meno visibile della filiera come i camion per il trasporto delle batterie, i lanciatori, i generatori di energia. Un’operazione complicata per mesi da un veto del Qatar, azionista di peso in Volkswagen e contrario a qualunque rapporto diretto con Israele, aggirato infine attraverso la cessione societaria; se l’accordo reggerà, salverebbe secondo le stime attuali circa 1200, 1400 posti di lavoro sugli attuali 2300.
Chi vota AfD tra gli operai tedeschi
Ed è proprio tra questi operai che si registra in bacino di voti più significativo per la formazione riabilitatrice del nazismo Alternative für Deutschland. Il sondaggio realizzato da Infratest dimap dopo le elezioni in Sassonia Anhalt, dove AfD ha sfiorato il 45 per cento, mostra che il partito raccoglie il 61 per cento dei consensi tra operai e lavoratori, il 65 per cento tra chi giudica negativa la propria situazione economica. Una tendenza che gli stessi analisti collegano esplicitamente alla crisi di Volkswagen, il cui piano di ristrutturazione prevede fino a centomila esuberi entro il 2030 e la chiusura di quattro stabilimenti, Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm. Anche il sindacato storico IG Metall, pur mantenendo la maggioranza nei siti principali, perde terreno nei consigli aziendali; una parte crescente della base operaia lo accusa di aver accettato troppi compromessi con i vertici sulla riconversione elettrica, lasciando campo libero a un partito che si autopromuove come unico difensore del lavoro tedesco.
Il paradosso della fabbrica che arma Israele
Resta, sullo sfondo, un paradosso difficile da ignorare. AfD è il partito le cui correnti più radicali, a partire da quella guidata da Björn Höcke in Turingia, sono state classificate dai servizi interni tedeschi come organizzazioni di estrema destra accertate, e il cui stesso leader regionale è stato condannato per aver utilizzato uno slogan delle SA; è anche il partito che raccoglie il consenso più ampio proprio tra quei lavoratori dell’auto oggi minacciati dalla crisi industriale. Eppure è esattamente in una fabbrica di quel bacino operaio che si materializzerà, se l’accordo reggerà, la produzione di componenti per la difesa aerea dello Stato di Israele, gestita per giunta da un fondo guidato da ex vertici della sicurezza israeliana. Un partito accusato da avversari politici e osservatori di intrattenere un rapporto ambiguo con la memoria del nazismo, e i cui bacini elettorali coincidono sempre più spesso con la working class dell’automotive tedesco, si troverebbe così, per pura logica industriale e non per scelta politica, a fornire manodopera a una filiera bellica israeliana; una contraddizione che nessuno dei protagonisti, né Volkswagen, né Rafael, né AfD stessa, ha finora avuto interesse a commentare apertamente.

