Le immagini satellitari confermano ciò che Israele aveva sempre negato: oltre 23 chilometri di terrapieni e fossati stanno trasformando il confine temporaneo della tregua in una nuova frontiera permanente, ben oltre i limiti fissati dall’accordo dell’ottobre 2025.
L’esercito israeliano ha di fatto confermato all’AP, dopo essere stato messo di fronte alle immagini, di aver costruito una barriera fisica in terra, un bermo affiancato da una trincea, lungo l’area della cosiddetta «linea gialla», il confine temporaneo a cui le truppe israeliane si erano ritirate con l’accordo di tregua dell’ottobre 2025.
I numeri sono impressionanti. La barriera si estende per oltre 23 chilometri, più della metà della lunghezza dell’intera Striscia, che ne misura circa 40; i lavori, iniziati già a febbraio, attraversano comunità palestinesi demolite dall’esercito nei mesi precedenti. Ad Haaretz, che per prima ha documentato l’opera, risulta che a Khan Younis il terrapieno si spinge circa 400 metri oltre la linea gialla, mentre nell’area di Rafah arriva a superarla di 1300 metri; distanze che, sommate, ridisegnano di fatto un nuovo confine, ben oltre quanto previsto dall’intesa firmata sotto l’egida americana.
Il risultato, secondo è la separazione stabile di oltre metà del territorio della Striscia dal resto dell’enclave, dove vivono più di due milioni di persone. Analisi satellitari pubblicate a ottobre 2025 dall’unità di fact checking Sanad avevano già individuato circa quaranta postazioni militari israeliane oltre la linea gialla, alcune delle quali in fase di ampliamento; un dato che mostrava come Israele mantenesse il controllo del 58 per cento del territorio nonostante il ritiro formale annunciato con l’accordo.
Interpellato sull’opera, l’esercito israeliano ha parlato di una «zona di sicurezza» dotata di apparati di intelligence e strumenti tecnologici, giustificata dalla necessità di prevenire infiltrazioni e proteggere sia i soldati sia le comunità israeliane di confine; ha però rifiutato di precisare il tracciato definitivo della barriera o fino a dove si estenderà. Né il Comando centrale americano, incaricato di monitorare la tregua, né il Board of Peace guidato dall’amministrazione Trump hanno voluto commentare l’opera, un silenzio che pesa quanto le dichiarazioni ufficiali israeliane.
Il problema di fondo, sottolineato dalle stesse fonti, è che la linea gialla non è mai stata definita con precisione né nell’accordo né in comunicazioni pubbliche successive; l’assenza di una mappatura chiara ha già causato vittime tra i civili che si avvicinavano senza saperlo al confine, bambini compresi, colpiti dal fuoco israeliano diretto contro chiunque venga ritenuto una minaccia. A novembre 2025, appena un mese dopo la firma della tregua, l’ufficio media del governo di Gaza aveva già denunciato un avanzamento di circa 300 metri oltre la linea nell’area orientale di Gaza City, parlando di un «palese disprezzo» per l’accordo raggiunto.
Ciò che distingue la fase attuale non è dunque la violazione in sé, ricorrente fin dai primi giorni della tregua, ma la sua trasformazione in infrastruttura permanente. Una linea pensata come temporanea, in attesa di un ritiro israeliano verso i margini della Striscia sotto la supervisione di una forza internazionale mai realmente costituita, si sta materializzando in terra e cemento; e più l’opera avanza, più diventa difficile immaginare che possa essere smantellata. È esattamente questo il timore che serpeggia tra i palestinesi di Gaza, pochi dei quali, peraltro, sanno che quei terrapieni stanno sorgendo intorno a loro, perché avvicinarsi per verificarlo resta, semplicemente, troppo pericoloso.

