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16 January 2026

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[Gaza] Il nostro debito per il lavoro e la vita di Mariam Abou Dagga

Negli ultimi due anni Mariam Abou Dagga ha lavorato instancabilmente, forse troppo. Nonostante i ritmi intensi, trovava sempre il tempo per chiamare suo figlio Gaith, di tredici anni, che dall’inizio della guerra a Gaza si è trasferito con il padre negli Emirati Arabi Uniti. Mariam, trentatreenne laureata all’università al-Aqsa, era giornalista dal 2015 e una delle poche donne fotografe impegnate a documentare il conflitto nella Striscia di Gaza. Tra le sue fotografie più toccanti c’è quella che ritrae decine di giovani palestinesi affamati aggrappati disperatamente a un camion di aiuti, come un groviglio di corpi che sembrano un muro fragile e instabile.

Nelle settimane precedenti si era spostata all’ospedale Nasser di Khan Younès, lo stesso dove, prima del conflitto, aveva donato un rene a suo padre. Ogni giorno portava avanti un lavoro prezioso, raccontando con immagini le drammatiche conseguenze del blocco e dei bombardamenti israeliani: bambini affamati, mutilati, tante vittime, condizioni disperate per il personale sanitario, e l’immensa sofferenza di famiglie spezzate.

Il 25 agosto Mariam è stata uccisa da un bombardamento israeliano che ha colpito l’ospedale Nasser. Insieme ai suoi colleghi e a medici e infermieri, si trovava su una scala appena colpita da un primo attacco, mentre cercava di documentare la tragedia e i sanitari tentavano di soccorrere i feriti. Un secondo raid, composto da due bombe, ha causato la morte di oltre venti persone, soprattutto operatori sanitari, e cinque giornalisti, tra cui Mohammad Salama, Moaz Abou Taha, Houssam el-Masri e Ahmad Abou Aziz, oltre a Mariam.

Poche ore dopo, Benjamin Netanyahu ha parlato di “tragico incidente”, un evento che nel diritto internazionale si configura invece come un possibile crimine di guerra. Purtroppo non è un caso isolato: dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023, circa duecento giornalisti sono stati uccisi sotto il fuoco israeliano, più di cinquanta mentre svolgevano il proprio dovere, segnando il conflitto come il più letale negli ultimi anni per la stampa.

“Ora siamo orfani a Khan Younès. Lei era i nostri occhi”, ha detto Enric Marti, editor fotografico che seguiva il lavoro di Mariam. Con l’ingresso vietato ai giornalisti stranieri, sono infatti i fotoreporter palestinesi gli unici testimoni del mondo esterno. La dura denuncia di Thibaut Bruttin, direttore generale di Reporter senza frontiere, è chiara: “Il blocco mediatico su Gaza, insieme al massacro di quasi 200 giornalisti da parte dell’esercito israeliano, agevola la distruzione totale dell’enclave e il suo tentativo di cancellazione”.

Eppure, nonostante censura e violenze, il mondo è a conoscenza. Le terribili immagini dell’ospedale Nasser, i racconti dei palestinesi come Noor, le dichiarazioni esplicite dei funzionari israeliani lo confermano. A marzo, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha lanciato un ultimatum agli abitanti di Gaza, minacciando distruzione totale e offrendo come unica via di salvezza la resa e la rilocazione.

Due giuristi francesi, Julian Fernandez e Olivier de Frouville, parlano apertamente di “intenzione genocida” nelle parole israeliane. Molti esperti concordano nel mettere in guardia sul rischio concreto di genocidio nella Striscia.

La tecnologia permette infine ai media più affidabili di mostrare in tempo reale immagini satellitari del prima e dopo i bombardamenti, mentre l’ONU ha riconosciuto ufficialmente la fame che miete vittime. Tom Fletcher, coordinatore umanitario dell’ONU, ha ammonito tutti: “La fame di Gaza è sotto gli occhi di tutti noi, e ne portiamo la responsabilità”.

Tuttavia, a fronte di tutto ciò, poco sembra cambiare: la lenta cancellazione di Gaza prosegue implacabile. Mariam lo sapeva bene, e nel suo testamento si è aggrappata all’ultima speranza umana che le restava: “Non dimenticarmi mai”, ha scritto a suo figlio, “ricorda che tua madre ha fatto tutto il possibile affinché tu sia felice, sereno e in pace.”.

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