Il passaggio più controverso dell’intervista pubblicata da Israel Hayom è la scelta di escludere il termine “genocidio” dal discorso su Gaza. De Luca non si limita a contestarne l’uso, lo definisce una distorsione storica e linguistica, insistendo sull’idea di una guerra brutale ma non di uno sterminio programmato. In questo modo, il testo finisce per relativizzare in larga misura la condotta militare israeliana, arrivando a leggere lo spostamento forzato della popolazione come una prova contro l’intento genocidario. È il punto più forte dell’intervista, ma anche il più esposto sul piano argomentativo, perché trasforma una crisi segnata da una profonda sproporzione di forza in una disputa quasi lessicale.
A rafforzare questa impostazione c’è una seconda operazione narrativa, la costruzione di De Luca come figura moralmente autorizzata a parlare di Israele e del mondo ebraico. Il rapporto con l’ebraico, i viaggi in Polonia, l’ammirazione per Edelman, l’interesse per la cultura yiddish e la sua biografia di lavoro manuale vengono messi in fila per attribuirgli una credibilità quasi indiscutibile. Il sottotesto è evidente, la sua posizione verrebbe da una prossimità autentica alla storia ebraica, e quindi sarebbe sottratta al sospetto di ostilità.
È proprio questa architettura a mostrare il limite del pezzo. Una questione politica e umanitaria di enorme gravità viene ricondotta a una prova di fedeltà culturale e identitaria. Il contesto delle accuse internazionali a Israele resta quasi del tutto sullo sfondo. Gaza non viene problematizzata nella sua complessità e il conflitto tende a essere presentato dentro una cornice semplificata, centrata sulla necessità di contrastare Hamas e Hezbollah. Più che un’intervista il risultato è un testo che seleziona con cura le parole, costruisce autorevolezza e orienta il lettore verso una lettura chiaramente giustificazionista del genocidio e sostituzion e etnica perpetuato ai danni degli incolpevoli (della Shoah) palestinesi.

