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04 November 2026

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[Israele] 60mila riservisti per l’invasione di Gaza

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha approvato i piani dell’esercito per la presa di Gaza City, annunciando la mobilitazione di 60.000 riservisti nelle prossime settimane, che si aggiungeranno alle decine di migliaia già in servizio. Una mobilitazione che potrebbe portare fino a 130.000 soldati israeliani a essere impegnati nell’operazione “Gideon’s Chariots B”, nome che riecheggia la precedente offensiva che devastò gran parte della Striscia senza però raggiungere i risultati dichiarati.

Dietro la fredda burocrazia militare – call-up orders, briefing con il capo di stato maggiore Eyal Zamir, approvazioni e “piani umanitari” per il sud della Striscia – si cela l’imminenza di una nuova catastrofe umanitaria. Secondo le stime israeliane, oltre un milione di civili dovranno lasciare Gaza City entro il 7 ottobre, data simbolica della seconda ricorrenza degli attacchi di Hamas del 2023. Un esodo forzato, imposto a una popolazione già allo stremo, priva di sicurezza, cibo, acqua potabile e infrastrutture vitali dopo mesi di bombardamenti.

L’esercito parla di “protezione” dei civili, ma le immagini provenienti da Gaza raccontano un’altra realtà: quartieri rasi al suolo, moschee distrutte, famiglie che cercano rifugio tra le macerie. La parola “umanitario” viene piegata per legittimare ciò che è, di fatto, un’ulteriore deportazione di massa.

La decisione di procedere verso l’operazione di terra arriva nonostante Hamas abbia annunciato di aver accettato una proposta di tregua. Mentre il governo israeliano valuta l’accordo, Netanyahu e i suoi ministri sembrano determinati a spingere invece sull’acceleratore della guerra. L’invasione rischia di azzerare qualunque spiraglio di mediazione, minando le stesse ipotesi di rilascio degli ostaggi ancora in mano a Hamas.

Mobilitare decine di migliaia di riservisti significa prepararsi non a un’azione chirurgica, ma a una guerra totale che graverà soprattutto sulla popolazione civile di Gaza, stretta tra l’assedio e la distruzione sistematica. Una “presa di città” non è mai neutrale: significa ridurre in cenere quartieri abitati, trasformare le strade in campi di battaglia, lasciare dietro di sé vittime civili innumerevoli.

L’annuncio dei nuovi richiami militari è dunque l’ennesimo segnale della volontà di perseguire una logica di forza militare totale, sacrificando la possibilità del dialogo politico. Dal 2007, Gaza vive sotto embargo e cicli ripetuti di assedi e bombardamenti. Ogni volta la giustificazione è la stessa: colpire Hamas. Ma i veri, costanti colpiti restano oltre due milioni di palestinesi intrappolati in una striscia di terra assediata, senza vie d’uscita, usati come ostaggi collettivi di una guerra che sembra non avere fine.

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