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26 August 2026

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[Israele] Depressi e aspiranti suicidi. La diaspora ebraica che abbraccia l’Idf

Negli ultimi mesi si è registrato un fenomeno particolare: giovani membri della diaspora ebraica che scelgono di trasferirsi in Israele per arruolarsi nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Spesso, questi giovani lo fanno mossi da apparenti motivazioni ideali, dall’appartenenza identitaria o dal desiderio di dare senso alla propria vita attraverso il servizio militare. Ma dietro questa scelta possono celarsi storie di solitudine, disagio psicologico e una ricerca di appartenenza che non trova risposte altrove.

Una scelta di sole contraddizioni
Numerosi casi recenti hanno portato alla luce le difficoltà vissute dai cosiddetti “soldati soli”, giovani che, lasciando famiglie e comunità nei paesi d’origine, si ritrovano catapultati in un contesto militare rigido e spesso alienante. Molti di loro arrivano in Israele pieni di aspettative: cercano accettazione, identità, o semplicemente una via d’uscita dal senso di inadeguatezza vissuto in patria. Tuttavia, la realtà operativa, la distanza dagli affetti e la pressione costante possono alimentare fragilità preesistenti.

Idf e salute mentale
Le organizzazioni che si occupano di salute mentale hanno rilevato un significativo aumento del disagio psichico tra i giovani immigrati che servono nell’IDF. Secondo le stime dell’associazione ERAN, nell’ultimo mese oltre 6.000 soldati hanno chiesto aiuto in seguito a crisi emotive, senso di isolamento, attacchi d’ansia e traumi legati sia all’esperienza dell’immigrazione sia al servizio militare. Circa il 32% delle richieste di sostegno sono state motivate da sentimenti di solitudine, dato particolarmente elevato tra i soldati provenienti dall’estero. Le cause spesso risiedono nella pressione dell’adattamento, nella mancanza di una rete familiare e nell’impatto della guerra in corso.

I casi di suicidio tra i giovani dell’IDF sono in aumento. Dan Philipson, immigrato dalla Norvegia e inserito nel battaglione paracadutisti, è solo l’ultima vittima di una lunga serie: il quarto militare a togliersi la vita in meno di due settimane. Questo dramma collettivo non coinvolge solo i soldati israeliani di nascita, ma colpisce in modo marcato anche e soprattutto chi proviene dalla diaspora, spesso privo dei classici ammortizzatori sociali e relazionali presenti in patria.

La retorica dell’eroismo e del sacrificio individuale rischia di nascondere la realtà di giovani fragili, in bilico tra il desiderio di integrarsi e il senso di alienazione. La guerra e la disciplina militare possono esacerbare queste fragilità, lasciando i soldati più vulnerabili privi di strumenti adeguati per gestire le crisi.

Le autorità israeliane hanno annunciato indagini sui casi di suicidio e campagne di prevenzione, ma resta aperta la questione del supporto effettivo fornito a questi giovani, specialmente ai soldati soli e agli aspiranti nuovi cittadini. La diaspora ebraica continua ad abbracciare il simbolo dell’IDF come percorso identitario, ma la realtà restituisce spesso l’immagine di un abbraccio che, per molti, si trasforma in una stretta soffocante.

Se la ricerca di comunità e appartenenza nella terra promessa si tramuta in alienazione e sofferenza psichica, è urgente ridefinire il senso dell’arruolamento e garantire supporto concreto a chi decide di compiere questo passo. La società israeliana e l’intera diaspora sono chiamate a interrogarsi: come proteggere davvero i propri giovani, evitando che cadano vittime di una glorificazione che rischia di inghiottirli?

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