Romano Gofman, nato nel 1975 in Bielorussia e immigrato in Israele a 14 anni, è il nome scelto da Benjamin Netanyahu per guidare il Mossad a partire da giugno 2026. Generale di corpo d’armata delle IDF, la sua carriera si è sviluppata interamente nell’esercito convenzionale — Brigata Corazzata, Divisione Bashan, Segretario Militare del Premier — senza mai transitare per i servizi d’intelligence. È questa, secondo i critici, la sua principale anomalia: nessun direttore del Mossad prima di lui è arrivato alla guida dell’agenzia senza un percorso interno. Eppure Netanyahu ha ignorato tre candidati con decenni di esperienza, puntando sull’ufficiale che più di ogni altro ha avuto al proprio fianco nel periodo più buio della storia israeliana recente.
Il 7 ottobre 2023, mentre Hamas sfondava il confine, Gofman si precipitò spontaneamente a Sderot — senza elmetto né giubbotto antiproiettile — e combatté in prima persona contro i miliziani, rimanendo ferito a una gamba. Quel gesto gli consegnò un’immagine pubblica di coraggio che ha alimentato la sua ascesa. Ma la sua operazione più delicata è stata condotta in silenzio, sfruttando la sua madrelingua russa: in qualità di Segretario Militare del Premier, incontrò Vladimir Putin più volte per negoziare la liberazione di ostaggi con cittadinanza russa e per gestire il nuovo scacchiere siriano dopo la caduta del regime di Assad. A ciò si aggiunge il controverso ruolo nella selezione — classificata, senza gara d’appalto — della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) per la distribuzione degli aiuti nella Striscia, operazione condotta attraverso l’ufficio del Premier, secondo quanto riportato da Haaretz.
La nomina divide profondamente l’establishment della sicurezza israeliana. Il ministro Ben-Gvir lo ha definito «un eroe di Israele», Smotrich ha ricordato che Gofman fu tra i pochi a denunciare in anticipo i rischi della “Consepzia” — la dottrina che aveva scommesso sull’intelligence aerea sottovalutando le forze di terra. L’analista Roy Sharon di Kan ha però sollevato un interrogativo preciso: perché scavalcare figure formate dall’interno del Mossad, protagoniste dei recenti successi operativi dell’agenzia? La risposta non è operativa, ma politica: Netanyahu nomina fedelissimi ai vertici della sicurezza, preferendo lealtà personale a esperienza istituzionale.
Pesa anche l’ombra dell’affaire Elmakayes: nel 2021, sotto il suo comando della Divisione Bashan, due ufficiali reclutarono un diciassettenne per un’operazione di influenza sui social media, non autorizzata dai vertici militari. Il giovane fu arrestato dallo Shin Bet e detenuto per oltre un anno. Gofman se la cavò con una semplice reprimenda. Quando la nomina al Mossad fu annunciata, Elmakayes tornò pubblicamente a denunciarlo. Tra luci e ombre, Gofman si appresta a guidare una delle agenzie d’intelligence più temute al mondo in un Medio Oriente segnato dalla ridefinizione dei rapporti tra Iran, Russia, Turchia e un’America in progressivo disimpegno regionale.

