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10 October 2026

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[Israele] Naza, il film che smonta l’illusione della democrazia israeliana

Un parlamento che vota leggi, elezioni regolari, una stampa che pubblica inchieste, sono da soli sufficienti a certificare una democrazia? Il caso del documentario «Naza», premiato a Venezia e subito bersagliato dal governo israeliano, suggerisce di no; una democrazia si misura anche da ciò che accade a chi la mette in discussione dall’interno, e da cosa il Parlamento è disposto a ratificare in suo nome. Poi se la suddetta democrazia è rea di apartheid e democrazia andrebbero messe in discussioni tutte le nostre sedicenti sicurezze liberali, ma lasciamo questo dibattito stantio ai pennivenduti de il Foglio e il Riformista.

Il film, diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, gli stessi autori di «No Other Land», premio Oscar 2025, raccoglie le testimonianze coperte da anonimato di 24 tra soldati e ufficiali dell’intelligence militare israeliana; secondo la sinossi ufficiale, mostra nel dettaglio i sistemi dietro l’uccisione calcolata e sistematica di civili palestinesi a Gaza, girato di nascosto sui tetti di Tel Aviv nel corso di tre anni. Alla sua prima veneziana ha ricevuto una standing ovation di quasi 25 minuti, la più lunga mai registrata al festival.

Al bando gli autori
La risposta del governo israeliano non ha riguardato il merito delle accuse, ma la sopravvivenza civile dei suoi autori. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato di voler agire immediatamente per revocare la cittadinanza israeliana ai due registi, accusandoli di tradimento e di un odio di sé disposto a ferire la patria pur di ricevere applausi dagli antisemiti nel mondo; ha inoltre chiesto al capo dello Shin Bet di indagare sulla provenienza dei materiali e delle testimonianze. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir li ha definiti una vergogna per l’intero popolo israeliano, invitandoli a lasciare il paese verso i loro «amici nemici» di Hamas. Che un ministro chieda ai servizi segreti di indagare su un film, e non su un reato, è precisamente il tipo di condotta che nessuna cornice parlamentare, per quanto regolare nelle forme, riesce a rendere democratica.

La campagna non si è fermata alle istituzioni. La conduttrice televisiva Ofira Assayag ha pubblicato una story su Instagram in cui definisce i due registi «due amareggiati in cerca di riconoscimento», rovesciando ironicamente il titolo del film, Naza, in «nada», il nulla, e li accusa implicitamente di negare lo stupro delle donne israeliane del 7 ottobre. Nel villaggio del Negev dove risiedono i genitori di Abraham, secondo quanto riferito all’emittente Israel Hayom da un ex presidente del consiglio locale, gli abitanti starebbero organizzando una manifestazione davanti alla casa di famiglia, giudicando inaccettabile convivere con chi, a loro dire, danneggia lo Stato. Persino l’emittente pubblica Kan ha trasmesso un dibattito intitolato «il discorso antisemita del regista israeliano», tanto sopra le righe da spingere il forum dei documentaristi a denunciare un’incitazione selvaggia contro un autore israeliano.

Le accuse mosse al film non vengono solo dal governo. Diversi critici israeliani sostengono che «Naza» offra un racconto parziale, che sminuisca il massacro del 7 ottobre e fornisca argomenti alle campagne internazionali contro Israele; l’esercito ha respinto punto per punto le accuse, definendo non verificabili le testimonianze anonime. Ma la sproporzione tra un film e la richiesta di privare i suoi autori della cittadinanza resta il segnale più eloquente di quanto la tenuta democratica di un paese non si misuri dalle urne, bensì dallo spazio che concede a chi, dall’interno, osa raccontare quello che le urne non vedono.

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