28.2 C
Gerusalemme
14 July 2026

[Italia] Macerie davanti al rettorato: la Federico II tra accordi NATO e complicità nel genocidio

Venerdì 15 maggio, in occasione del 78° anniversario della Nakba, studenti del collettivo Ecologia Politica Napoli hanno depositato delle macerie...

[Regno Unito] Il boia e il socio, come Londra finanzia con il commercio la pena di morte contro i palestinesi

Undici tra le principali organizzazioni umanitarie e per i diritti umani del Regno Unito,  tra cui Human Rights Watch, Oxfam,...

[Israele] Una mezza anguria sulle scarpe fa tremare l’opinione pubblica israrliana

Ci voleva poco. Pochissimo. Un simbolo dipinto sulle scarpe, una mezza anguria, i colori della bandiera palestinesem e la scritta...

[Israele] Trauma, vendetta e autodistruzione. La degenerazione psichica e morale della società sionista

La società israeliana degli ultimi anni appare sempre più intrappolata in un processo di degenerazione morale e psichica, che parte dal trauma individuale di soldati e famiglie e si allarga fino a corrodere l’intero tessuto collettivo. La clinica ce ne offre una radiografia impietosa: psicologi e terapeuti descrivono famiglie disorganizzate dalle assenze prolungate, da ansia cronica e da un senso di precarietà esistenziale che investe partner e figli, con regressioni nei bambini, depressione, insonnia e conflitti coniugali come sintomi ormai “normali” della vita in tempo di guerra permanente. Allo stesso tempo, chi torna dal fronte, riservisti e combattenti, porta con sé sintomi di PTSD, esplosioni di rabbia, somatizzazioni e colpa, in un quadro clinico che gli stessi servizi dell’esercito descrivono come diffuso e in crescita dopo le campagne a Gaza, anche tra chi non è stato direttamente sotto il fuoco ma ha partecipato alla violenza attraverso schermi, droni, bombardamenti a distanza. Questo non è solo un insieme di casi singoli: è la psiche quotidiana di una società militarizzata, in cui il trauma non è l’eccezione ma l’infrastruttura emotiva del vivere.

 

Dal lutto alla vendetta, quando il trauma diventa ideologia di annientamento

Proprio da questo humus psichico si alimenta la degenerazione politica e morale: come mostra Boksbaum, la linea di confine fra lutto e vendetta è stata sistematicamente spostata, fino a rendere socialmente legittimo un linguaggio di rivalsa senza limiti, ben oltre ogni pretesa di “difesa”. Il discorso vendicativo, incoraggiato da leader politici e militari dopo il 7 ottobre, rompe qualsiasi argine: immagini di rappresentanti dello Stato che firmano proiettili, richiami biblici ad Amalek e alla cancellazione del nemico, retoriche di annientamento totale. Nella clinica questo si traduce in soldati che raccontano atti di distruzione, umiliazione e saccheggio vissuti come “normali” o addirittura motivo di orgoglio, e in terapeuti costretti a confrontarsi con una deumanizzazione interiorizzata, in cui l’altro, soprattutto il palestinese, smette di essere soggetto e diventa puro oggetto su cui scaricare lo shock, la vergogna e l’umiliazione. Quando una società intera cessa di distinguere tra desiderio di vendetta e pratica vendicativa, come nota l’articolo, lo Stato stesso scivola da “democrazia che si dichiara vincolata al diritto internazionale” a formazione para-militare che agisce come se fosse sciolta da ogni limite, mentre gran parte dell’opinione pubblica e dei media ne normalizza la violenza.

 

La famiglia come vettore di guerra, generazioni cresciute nella normalizzazione della violenza

In questo contesto, la famiglia non è un rifugio ma il primo luogo in cui la guerra corrode legami, linguaggio e capacità di empatia, fino a riflettersi sull’intera società. Le ricerche cliniche mostrano come l’angoscia e la dissociazione dei padri e delle madri in uniforme si traducano in rigidità, conflitti, violenza domestica, incapacità di sintonizzarsi con i figli, creando generazioni che crescono in un clima di allarme permanente e di narrazione bellica normalizzata. Boksbaum descrive con lucidità come questo processo produca una scissione collettiva: da un lato la tribù ebraico-israeliana ferita, chiusa in un narcisismo vendicativo; dall’altro la cancellazione della sofferenza altrui, compresa quella dei palestinesi massacrati a Gaza, fino al punto che alcuni storici della Shoah in Israele definiscono ciò che avviene nella Striscia un genocidio, mentre la maggioranza e i media scelgono la rimozione. In mezzo, esistono esperienze minoritarie come il Forum delle famiglie in lutto israelo-palestinese, che rifiutano la vendetta e cercano un lavoro di memoria e riconoscimento reciproco; ma proprio il loro essere marginali conferma la tesi clinica più dura: la società israeliana, modellata da decenni di occupazione e guerre ricorrenti, sta trasformando il trauma in identità e la vendetta in norma, avvitandosi in una spirale autodistruttiva che divora tanto chi opprime quanto chi è oppresso.

 

[Israele] Sotto la retorica della coesistenza: decenni di discriminazione sistemica arabofobica

Un’integrazione costruita sulla subordinazione Il rapporto tra popolazione araba ed ebraica in Israele non è mai stato paritario, si tratta…

[Palestina] L’annessione silenziosa della Cinsgiordania che smantella Oslo e cancella i palestinesi dalla terra

Oslo, un’architettura in demolizione Gli accordi di Oslo del 1994, che avrebbero dovuto garantire all’Autorità Palestinese margini di autogoverno nelle…

[Palestina] Salvare la vita del medico Hussam Abu Safiya, un dovere morale per chi non intende avere complicità con il genocidio

Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya della Striscia di Gaza, è detenuto da Israele…