La guerra di annientamento israeliana si estende ormai alla storia e alla memoria. Mentre la devastazione avanza a Tiro e nelle fortezze del Jabal Amel, proseguendo quanto già iniziato durante l’offensiva del 2024, l’esercito israeliano non distingue tra una città storica e l’altra, né tra un sito archeologico e l’altro; tutto ciò che rientra nel raggio della sua macchina militare diventa bersaglio di distruzione e cancellazione. È quanto accade dal 2 marzo scorso nella città storica di Tiro e nell’area archeologica circostante, dove castelli e siti come Shama e la fortezza del Shaqif (Beaufort) hanno subito distruzioni tali da far perdere, in parte, i tratti di intere epoche storiche; i danni reali restano peraltro difficili da documentare con precisione, a causa del perdurare dell’aggressione nel sud del paese, il che rende le stime attuali largamente inferiori alla portata effettiva delle perdite, soprattutto per le operazioni di sventramento e demolizione condotte dalle forze d’occupazione.
L’appello della Jamiyya libanese per la salvaguardia di Tiro
Di fronte al rischio di perdere ciò che resta di questo patrimonio, la Jamiyya libanese per la salvaguardia di Tiro ha lanciato un appello urgente in cinque punti; un’iniziativa che, secondo la presidente Maha Khalil Chalabi, non mira soltanto a proteggere i siti superstiti dalla barbarie dell’occupazione, ma anche a rafforzare gli argomenti del Libano nei consessi internazionali. L’associazione ha scelto di lanciare la campagna in coincidenza con l’apertura della 48ª sessione del Comitato del patrimonio mondiale, in corso in Corea del Sud, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulla distruzione dei centri archeologici libanesi e spingere per l’iscrizione di Tiro nella lista del patrimonio mondiale in pericolo; una richiesta che la Direzione generale delle antichità del ministero della Cultura porta parallelamente ai lavori del comitato, secondo quanto riferito da Samar Karam, responsabile per il Libano settentrionale e per l’attuazione della convenzione dell’Aja.
Perché la lista Unesco conta: prove per i tribunali, protezione per le rovine
La stessa direzione sta intanto portando avanti anche il dossier delle fortezze del Jabal Amel, presentato in via d’urgenza e atteso in discussione entro il fine settimana, chiedendo per esse la medesima classificazione di patrimonio a rischio. Nel frattempo, la Jamiyya ha rilanciato una richiesta più antica: ripristinare l’intero perimetro archeologico di Tiro così come riconosciuto nel 1984, prima che una parte consistente ne fosse esclusa, alla fine degli anni novanta, «a beneficio di progetti privati». Tra le richieste della campagna figurano anche l’invio di una missione internazionale di valutazione sul terreno, un piano di emergenza con sostegno scientifico e finanziario, e la riattivazione della campagna Unesco per la salvaguardia di Tiro, lanciata nel 1996. L’iscrizione nella lista del patrimonio in pericolo, oltre a garantire una protezione internazionale più elevata, servirebbe anche a documentare i crimini commessi contro il patrimonio libanese, rafforzando la posizione legale del paese davanti a tribunali e organismi internazionali chiamati, un giorno, ad attribuire all’occupazione israeliana la responsabilità di questa distruzione.

