Il progetto di colonizzazione che si sta consumando ai confini meridionali del Libano non è un’iniziativa marginale, né un fenomeno isolato da archiviare come mera provocazione di frange estremiste; è un attacco sistematico e premeditato alla sovranità di uno Stato, condotto sotto l’ombrello, se non con il tacito avallo, dell’esercito israeliano. Quando un gruppo di attiviste, tra cui minorenni, attraversa un confine internazionale per piantare tende, alberi e paletti simbolici, non si tratta di un gesto spontaneo o folkloristico: è la messa in scena di una tesi politica precisa, quella secondo cui il sud del Libano sarebbe «Terra d’Israele» storica, da colonizzare non appena le condizioni militari lo permettano. Definire tutto questo un «sogno» di destra radicale, come fanno certi media israeliani, significa minimizzare ciò che è, nella sostanza, un progetto di annessione territoriale ai danni di un Paese sovrano, già dilaniato da mesi di guerra, sfollamenti di massa e distruzioni.
Un’occupazione temporanea che si fa presenza stabile
La gravità di questi episodi non sta soltanto nella violazione fisica del confine, ma nel messaggio politico che essi veicolano, e che trova sponda in settori non trascurabili dell’establishment israeliano; la costruzione, denunciata dalla stampa israeliana stessa, di postazioni militari permanenti nella cosiddetta «zona di sicurezza» conferma che l’occupazione temporanea rischia di trasformarsi in presenza stabile, esattamente il timore che alimenta da mesi le proteste del governo libanese. Coinvolgere minori in queste incursioni, come denunciato dalla stessa inchiesta aperta dalle autorità israeliane, aggrava ulteriormente il quadro: si tratta di un uso strumentale di ragazze adolescenti per normalizzare, agli occhi dell’opinione pubblica, un’operazione che altrimenti apparirebbe per quello che è, cioè un atto di aggressione. Nessuna narrazione identitaria, per quanto radicata in letture selettive della storia, può legittimare l’idea che la terra di un altro popolo sia «già» propria; è esattamente questo tipo di logica, applicata prima in Cisgiordania e ora rilanciata verso il Libano, ad aver prodotto decenni di sofferenza, sfollamento e conflitto permanente in tutta la regione.
Un disegno da fermare prima che diventi fatto compiuto
Per questo la condanna di questa iniziativa deve essere ferma, netta, priva di ambiguità: non un’incursione tra le tante, ma il sintomo di un disegno che mira a riscrivere unilateralmente i confini di uno Stato sovrano, in totale spregio del diritto internazionale e della sicurezza delle popolazioni civili libanesi, già provate da una guerra recente e da un cessate il fuoco costantemente violato. Il silenzio o l’ambiguità delle autorità israeliane di fronte a queste incursioni, invece di isolarle, rischia di legittimarle nei fatti, alimentando ulteriormente la spirale di tensione con Hezbollah e con l’intera regione. La comunità internazionale, i media indipendenti e le istituzioni libanesi hanno il dovere di documentare, denunciare e opporsi a ogni tentativo, per quanto ancora numericamente marginale, di trasformare la colonizzazione in un fatto compiuto; perché la storia insegna che è proprio nel non contrastare per tempo simili avanguardie ideologiche che si preparano, poi, le occupazioni di domani.

