In Marocco i numeri sono stati accolti con una certa rassegnazione, ma raccontano un cambiamento profondo. Nel 2025, secondo il Consiglio superiore del potere giudiziario, su 154.377 fascicoli legati al divorzio i tribunali ne hanno definiti 116.983; e questo in un paese dove matrimonio e divorzio poggiano ancora in larga parte sulla sharia. La svolta risale al 2004, quando il Parlamento, su impulso di Mohammed VI, riformò la Moudawana, il codice di famiglia. Da allora la donna può chiedere il divorzio e lo scioglimento del matrimonio spetta soltanto al giudice, non più alla volontà del marito, che poteva ripudiare la moglie in qualsiasi momento. Il matrimonio delle minorenni è stato vietato, pur con deroghe lasciate alla discrezione del giudice; la famiglia è oggi responsabilità comune dei coniugi, la poligamia richiede un’autorizzazione e la prima moglie può opporsi chiedendo il divorzio. Sull’eredità, invece, nulla è cambiato. I divorzi sono passati da 26mila nel 2004 a 56mila nel 2010, sono scesi a 20.372 nel 2020 per la chiusura dei tribunali durante la pandemia, poi sono esplosi fino ai 116.983 del 2025. Per la storica Latifa el-Bouhsini, dell’università di Rabat, è il segno di una crisi della famiglia, ma anche di una conquista; oltre il 20% delle donne lavora e mantiene la propria famiglia, ed è autonoma «finanziariamente, ma soprattutto moralmente».
Algeria, un divorzio ogni tre matrimoni
Le tendenze sono simili nel resto del Maghreb. In Algeria si contano oltre 70mila divorzi l’anno, con un picco nel 2023 di 91.402 a fronte di 278.664 matrimoni; secondo l’Ufficio nazionale di statistica, tre separazioni su quattro avvengono nei primi tre anni. La riforma del codice di famiglia del 2005 ha abolito l’articolo 39, che imponeva alla moglie l’obbedienza al marito, e ha reso i coniugi uguali nella gestione familiare; solo nell’agosto 2025, però, Algeri ha ritirato la riserva alla Cedaw sulla libertà di movimento e di residenza delle donne. Le cause sono comuni a tutta la regione. Un’indagine dell’Alto commissariato al piano marocchino, dell’aprile 2026, mette in testa i disaccordi domestici, davanti alle difficoltà economiche, ai conflitti con i suoceri e alla violenza coniugale. Gli ambienti conservatori, islamisti in primo luogo, attribuiscono l’aumento alle riforme; per el-Bouhsini sono ambienti più patriarcali che conservatori, da sempre ostili al divieto delle spose bambine. Nel gennaio 2025 l’ex premier Abdelilah Benkirane aveva suscitato scandalo paragonando le ragazze minorenni a pane appena sfornato.
La Tunisia e l’eredità di Bourguiba
Diverso il caso tunisino. Con il Codice dello statuto personale del 1956, voluto da Habib Bourguiba nell’anno dell’indipendenza, la Tunisia abolì poligamia e ripudio, impose la via giudiziaria al divorzio e fissò un’età minima per il matrimonio, portata a 18 anni per entrambi i sessi nel 2007. Eppure i divorzi crescono anche qui, da 12.598 nel 2021 a 16.012 nel 2023. Per i più conservatori quelle norme sono ingiuste verso mariti e padri e avrebbero squilibrato la famiglia; nel novembre 2025 un deputato è arrivato a indicare la poligamia come rimedio. Una posizione minoritaria, in un paese dove le femministe si battono per un’uguaglianza reale, a partire dall’eredità, e la società civile difende le conquiste del 1956.

