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[Palestina] Addio a Mohammed Bakri, la voce palestinese nel cinema e nel teatro

Mohammed Bakri, attore, regista e medioattivista palestinese che ha incarnato per più di quarant’anni la resistenza culturale del suo popolo, è morto oggi 24 dicembre 2025 a  Nahariya a 72 anni. La sua scomparsa coincide con quella di migliaia di palestinesi sotto le bombe di Gaza, un destino che rispecchia perfettamente la paradossale condizione che ha caratterizzato la sua intera esistenza: nato cittadino israeliano in Galilea è rimasto fino alla fine un intellettuale palestinese indomato, la cui arte è stata una delicata quanto radicale arma di testimonianza e resistenza.

Nato il 27 novembre 1953 nel villaggio di Bi’ina, in Galilea settentrionale, in una famiglia palestinese musulmana, ultimo di dodici figli e figlio di un tagliapietra, Mohammed Bakri è cresciuto in una terra dove l’identità palestinese era stata cancellata dalle mappe e dai libri di storia. Frequentò le scuole a Bi’ina e poi ad Acri, per proseguire all’Università di Tel Aviv, dove si laureò in arte drammatica e letteratura araba. Quella scelta formativa segnò il suo destino, l’unica lingua in cui inizialmente imparò a recitare era l’ebraico, in una terra dove il teatro palestinese non esisteva ancora. “Ero una capra persa in mezzo al mare,” racconterà decenni dopo, descrivendo l’alienazione della sua gioventù.

L’incontro con la letteratura palestinese e la scoperta dell’identità
I risveglio identitario di Bakri giunse quando incontrò gli scrittori palestinesi che lo avrebbero salvato dal nulla culturale in cui era cresciuto. In particolare Emile Habibi, il grande scrittore comunista che aveva scelto di rimanere nella Palestina storicq dopo il 1948, rifiutando l’esilio come avevano fatto centinaia di migliaia di suoi compagni, divenne per Bakri una figura cruciale di riferimento. Habibi (1922-1996), membro della Knesset, fondatore del Partito Comunista israeliano, aveva deciso nel 1972 di abbandonare la politica parlamentare per dedicarsi completamente alla letteratura. Il suo capolavoro, Il Pessottimista (al-Mutasha’il), pubblicato nel 1974, raccontava la condizione straziante dei palestinesi rimasti in Israele dopo la Nakba: uomini e donne intrappolati in un limbo ontologico, né palestinesi “veri” perché rimasti in quella che era diventata Israele, né israeliani, perché etichettati come nemici interni.

Il romanzo di Habibi era stato ispirato da una frase pronunciata da Golda Meir nella Knesset: “È chiaro che non esistono i palestinesi; se esistessero, potremmo leggere la loro letteratura, ma non esiste.” Habibi aveva colto la sfida e scritto un’opera che combinava l’ironia tagliente di Voltaire, il surrealismo di Kafka, e la ricchezza narrativa delle Mille e una Notte. Era la storia di Felice Sventura, un palestinese di Haifa che navigava l’assurdo quotidiano della sua condizione con humor nero e saggezza dolorosa.

Mohammed Bakri non solo lesse questo romanzo, che presto sarebbe divenuto un classico della letteratura araba contemporanea, ma entrò personalmente in contatto con Habibi il quale gli spiegò come era nato il libro, come una denuncia letteraria trasformata in satira. Nel 2007, poco prima della morte di Habibi, Bakri produsse “Da quando te ne sei andato,” un dialogo immaginario con il maestro. Ma il vero tributo sarebbe arrivato attraverso il teatro: nel 1986, Bakri avrebbe trasformato il romanzo di Habibi in un monologo teatrale rivoluzionario.

 

Il Pessottimista: il teatro palestinese nasce
Quando nel 1986 Bakri portò sulla scena il personaggio di Felice Sventura il teatro palestinese nasceva per la prima volta nella storia. Utilizzando l’umorismo corrosivo di Habibi come scudo contro il dolore, Bakri creò uno spettacolo che sarebbe stato rappresentato più di 1.500 volte in tutto il mondo, incluse esibizioni trionfali a Londra negli anni Ottanta. Era uno spettacolo di straordinaria potenza: il racconto disincantato di un uomo che viveva sotto occupazione, che osservava con occhio freddo e ironico l’assurdità della sua condizione, incapace di essere accettato come palestinese da nessuno, da nessun’altra parte.

Con questo monologo, Bakri diventò la più grande stella del teatro palestinese fino al 2007, anno in cui suo figlio Saleh avrebbe preso il suo posto come principale rappresentante della nuova generazione artistica della sua famiglia. Ma il Pessottimista rappresentava qualcosa di più profondo: era la prima voce palestinese autentica che raggiungeva il palcoscenico mondiale, e quella voce diceva la verità che i palestinesi rimasti in Israele non erano mai stati autorizzati a pronunciare.

Dal teatro al cinema internazionale
Nel 1983, quando Costa-Gavras lo scelse per il ruolo di Selim in Hannah K., un film sulla questione palestinese visto attraverso lo sguardo di una donna israeliana avvocato, Bakri comprendeva di portarsi addosso un peso enorme. “Mi sembrava di portare una croce sulle spalle.,” avrebbe detto, riflettendo sulla responsabilità di rappresentare la causa palestinese in un film destinato ai circuiti cinematografici internazionali. Hannah K. fu uno dei primi film occidentali a trattare con simpatia la questione palestinese e il diritto dei palestinesi al ritorno diritto ancora controverso oggi. La rappresentazione di Selim, un rifugiato che cercava di riavere la casa dalla quale era stato espulso nel 1948, quando i sionisti l’avevano trasformata in un’attrazione turistica, affrontava direttamente il cuore della Nakba.

Un anno dopo, nel 1984, Bakri interpretò Issam in Beyond the Walls, un capolavoro di Uri Barbash su un ditenuto palestinese di Fatah che condivide la cella con criminali ebrei e, insieme a loro, organizza uno sciopero della fame contro le guardie carcerarie corrotte. Il film, candidato all’Oscar, mostrava una verità rara nel cinema israeliano: due popoli nemici potevano trovare solidarietà nella lotta contro l’oppressione comune. Bakri meritò il Premio per il Miglior Attore, ma il costo era altissimo. Dopo questi film, la maggior parte dei registi israeliani, anche i più progressisti, rifiutò di lavorare con lui. “Realizzai che la mia narrativa palestinese non poteva mai essere accettata da un regista israeliano, indipendentemente da quanto progressista o liberale fosse,” avrebbe detto anni dopo.

La resistenza attraverso il cinema internazionale
Bakri scelse allora di cercare la libertà creativa al di fuori di Israele, collaborando con cineasti internazionali e palestinesi. Nel 2004, il regista italiano Saverio Costanzo, all’epoca un debuttante trentenne, lo scelse come protagonista di Private, un film girato in Italia (per ragioni di sicurezza) che raccontava l’occupazione della Palestina attraverso l’intimità opprimente di una casa sequestrata dall’esercito israeliano. Il film, vincitore del Pardo d’Oro a Locarno 2004 e del Premio per il Miglior Attore per Bakri, conteneva una battuta che sintetizzava la sua filosofia: “Essere profughi significa non essere.” Era il ritratto di un uomo che, con dignità silenziosa e modestia morale, resisteva alla despoticità quotidiana dell’occupazione attraverso il puro ascolto, l’osservazione, la preservazione della propria umanità.

Jenin, Jenin: testimone di una catastrofe nascosta
Nel 2002, dopo che l’esercito israeliano aveva invaso il campo profughi di Jenin durante l’Operazione Scudo Difensivo, uccidendo oltre 50 palestinesi 22 dei quali civili secondo Human Rights Watch, Bakri fece un gesto che avrebbe marcato la sua esistenza per il resto della sua vita: entrò nel campo con una videocamera e chiese ai sopravvissuti: “Cosa è successo?” Il risultato fu Jenin, Jenin, un documentario del 2002 che raccolse le testimonianze crude e strazianti di coloro che avevano vissuto l’assalto israeliano. Non c’era voce narrante, nessun commento autoriale: solo le parole dei residenti del campo, che descrivevano case demolite con i bulldozer, persone sepolte vive sotto le macerie, la totale devastazione della loro comunità.

Una delle testimonianze più toccanti riguardava un uomo anziano del campo, il quale confidò a Bakri: “La mia paura più grande è svegliarmi la mattina e non trovare più il mio vicino, il mio vicino da 40 anni, non trovare più né il mio vicino né la sua casa.” Era l’articolazione perfetta del dolore palestinese sotto occupazione: non solo la perdita di strutture fisiche, ma la frammentazione dei legami umani, la dissoluzione della comunità.

Il calvario giudiziario e la censura dello stato
Il film fu inizialmente bandito dall’Israeli Film Ratings Board. Bakri ricorse fino alla Corte Suprema israeliana, che rovesciò il divieto. Ma il prezzo della sua testimonianza fu altissimo. Nel 2016, un ufficiale riservista dell’esercito israeliano, Nissim Magnaji, che aveva partecipato all’operazione militare a Jenin, citò Bakri in giudizio per 2,6 milioni di shekel israeliani (circa 650.000 euro), accusandolo di diffamazione e di aver presentato i soldati come criminali di guerra. Bakri replicò che il film non accusava nessuno specificamente, ma semplicemente documentava il punto di vista palestinese che il mondo esterno non poteva ascoltare a causa del sigillo militare israeliano sul campo.

Nel gennaio 2021, la Corte Distrettuale di Lodi lo condannò a pagare 175.000 shekel a Magnaji e ulteriori 55.000 shekel in spese legali, ordinando al contempo la censura totale del film in Israele e il sequestro di tutte le copie. Per dieci anni, dal 2002 in poi, la famiglia Bakri aveva ricevuto minacce di morte. I figli avevano avuto guardie del corpo in alcuni periodi. Ma Bakri non si pentì mai. “Sono senza rimpianti su quello che ho fatto,” disse durante il processo, consapevole che stava sacrificando la sua tranquillità personale per quella che considerava una responsabilità storica.
Nel 2024, a 22 anni di distanza dal primo documentario e nonostante la censura continua, Bakri tornò a Jenin con una videocamera per documentare come il ciclo di violenza si ripeteva, come i bambini palestinesi di oggi rivivevano gli stessi traumi dei loro nonni.

La Masseria delle Allodole: la consacrazione mondiale
Nel 2007, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani scelsero Bakri per interpretare un ruolo cruciale ne La Masseria delle Allodole, la loro trasposizione cinematografica del genocidio degli armeni del 1915. Il film, tratto dal romanzo di Antonia Arslan, era un’opera visivamente straziante e sonoramente sanguinosa che raccontava l’annientamento sistematico della famiglia Avakian sotto il regime dei Giovani Turchi. La performance di Bakri in questo contesto internazionale di memoria genocida lo consacrò definitivamente come attore di rilievo mondiale, riconosciuto dalla comunità cinematografica internazionale come un maestro della recitazione che poteva portare sullo schermo le profondità del dolore collettivo e della resistenza umana.

Cinema arabo assente dall’Italia
Un elemento paradossale della carriera di Bakri è stata l’assenza quasi totale del cinema arabo in Italia, nonostante la vicinanza geografica e il valore artistico delle produzioni medio-orientali. L’Italia, diversamente da altri paesi europei, ha una tradizione storica di doppiaggio che ha creato una barriera culturale: i film in lingua originale attraggono circa un quarto del pubblico rispetto alle versioni doppiate. Nel 1997, la Cineteca del Comune di Bologna aveva organizzato una rassegna itinerante di “Cinema dei Paesi Arabi” che toccava sei città italiane, ma non aveva creato una distribuzione permanente. Così, film come quelli di Bakri e di altri cineasti palestinesi e arabi, pur avendo valore artistico e importanza storica, raramente raggiungono le sale cinematografiche italiane. Il cinema arabo rimane una produzione cinematica invisibile in Italia, cancellata non per censura diretta, ma per indifferenza commerciale e scelta distributiva.

Gli ultimi anni: l’eredità passata ai figli
Negli ultimi decenni della sua vita, Bakri aveva visto i suoi figli—Saleh (nato nel 1977), Ziad, Adam e Mahmoud ereditare e trasformare il suo ruolo di testimone artistico. Tutti erano attori. Saleh, il primogenito, aveva sviluppato una carriera internazionale straordinaria, apparendo in film come Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman e Wajib – Invito al matrimonio (per il quale condivise il premio come miglior attore al Festival di Dubai 2017 proprio con suo padre Mohammed). Nel 2022, Saleh era protagonista di Il Caftano Blu, un film marocchino che era entrato nella shortlist degli Oscar per il Miglior Film Straniero.

Ma forse l’ultimo grande progetto che univa la famiglia era il film Tutto quello che resta di te (2025), diretto da Cherien Dabis—una palestinese naturalizzata americana—che vedeva Mohammed, Saleh e Adam Bakri interpretare insieme tre generazioni di una famiglia palestinese attraverso 80 anni di storia, dalla Nakba del 1948 al genocidio contemporaneo di Gaza. Nel film, Mohammed interpretava il nonno Sharif, le cui radici mentali restano eternamente a Jaffa; Saleh era suo figlio Salim; Adam era il giovane Sharif. Era una riflessione sulla ciclicità del dolore palestinese, sulla reiterazione del genocidio sotto forme diverse.

In una conversazione concessa poco prima della sua morte, Mohammed Bakri aveva riflettuto sulla differenza cruciale tra i suoi figli e se stesso: “Per me è stato molto difficile appropriarsi della mia identità palestinese,” aveva detto. “Dopo gli anni dell’università ho dovuto fare un grandissimo esercizio di recupero dell’arabo perché l’unica lingua in cui avevo imparato a recitare era l’ebraico.” Kanafani, Habibi e Darwish lo avevano salvato; i suoi figli, nati in una generazione successiva, avevano il privilegio di una consapevolezza identitaria più precoce, anche se pagavano per essa con vite ancora più complicate sotto l’occupazione.

Identità palestinese e arte come resistenza
Bakri non ha mai accettato il compromesso di essere descritto semplicemente come un “attore israeliano.” “La mia identità palestinese è nel mio cuore, è nella mia anima, non è nella mia tasca,” disse chiaramente. “Non è possibile essere palestinese e essere inglobati nella storia israeliana, perché significa che hai smesso di essere palestinese.” Era una posizione di assoluta chiarezza: l’identità non era questione di documenti legali, ma di lealtà narrativa, di chi racconta la propria storia e come.

Per Bakri, l’arte era sempre stata uno strumento di resistenza culturale contro il monopolio della verità che lo stato israeliano aveva imposto. “I, the occupied, am obliged to tell my story in response to the stories of this occupation. For history’s sake, not for the [Israelis’], because throughout my life, I read history that they wrote. And we were not in it.” Era questa la sua missione: inserire i palestinesi nella storia, farli visibili, permettere alle loro voci di essere ascoltate in un mondo che preferiva il silenzio.

La sua rabbia non era mai stata odio. “Io, l’occupato, sono obbligato a raccontare la mia storia in risposta alle storie di questa occupazione. Per la storia, non per gli [israeliani], perché per tutta la mia vita ho letto la storia che loro hanno scritto. E noi non c’eravamo.” Era questa la filosofia che aveva trasmesso ai figli: l’arte come testimonianza civile, il cinema come resistenza, la memoria come arma contro l’oblio imposto.

Mohammed Bakri è morto il giorno della vigilia di Natale 2025, mentre Gaza brucia ancora sotto i bombardamenti, mentre il genocidio che aveva documentato cinquant’anni prima continuava, assumendo forme ancora più devastanti. La sua ultima apparizione sullo schermo, accanto ai suoi figli, era una testimonianza di come la lotta palestinese per la dignità culturale e narrativa era diventata una responsabilità familiare, trasmessa generazione dopo generazione. In una terra dove al popolo palestinese era stato detto che non esisteva, che non aveva letteratura, che non aveva diritto di narrare se stesso, Mohammed Bakri aveva consacrato una vita intera a provare il contrario.

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