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18 August 2026

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La notizia di un gruppo di volontari ebrei, musulmani e cristiani accorsi a ripulire e ridipingere la moschea di At-Tuwani, incendiata la notte tra il 18 e il 19 luglio, non trova per ora un riscontro diretto sulla stampa internazionale ma solo sui profil sociale delle organizzazione pacifiste che hanno intrapreso l’iniziativa. L’informazione che segue gli interessi nazionali e sovranazionali non ha interesse a questo tipo di notizie.  È però un dato di fatto che quel villaggio, minuscolo com’è, appena trecento abitanti nel cuore di Masafer Yatta, sia da anni terreno d’azione costante di alcune organizzazioni di solidarietà israelo-palestinese, organizzazioni assolutamenti minoritarie ma comunque esistenti.

Il Center for Jewish Nonviolence, tramite il suo programma Hineinu, ospita da tempo cohort di attivisti ebrei proprio ad At-Tuwani, alloggiati presso famiglie del villaggio, il loro compito dichiarato è l’accompagnamento dei bambini a scuola, la protezione dei pastori durante il pascolo e la risposta rapida alle incursioni di soldati e coloni. Nello stesso villaggio operano da anni anche Ta’ayush, Combatants for Peace e Rabbis for Human Rights, realtà che uniscono israeliani, palestinesi ed ebrei della diaspora in quella che definiscono resistenza nonviolenta condivisa. È dunque plausibile, alla luce di questa presenza consolidata, che proprio una di queste reti abbia organizzato la mobilitazione descritta.

Sul piano dei fatti, ciò che è invece ampiamente confermato riguarda l’attacco in sé. Il presidente del consiglio del villaggio, Mohammed Rabi, ha raccontato all’AFP che circa quaranta coloni mascherati, provenienti dall’avamposto di Havat Ma’on, hanno colpito la moschea Al Taqwa, due abitazioni e un piccolo caseificio gestito da donne della comunità; sui muri sono comparse una Stella di David e la scritta ebraica «vendetta». Una testimonianza in prima persona pubblicata da 972mag racconta che l’esercito israeliano è arrivato solo dopo la fuga degli aggressori, e che i soldati hanno poi allontanato i residenti anziché inseguire i responsabili.

Resta il fatto, sottolineato dagli stessi residenti palestinesi, che simili episodi di solidarietà, per quanto genuini, non fermano la sequenza degli attacchi; appena una settimana dopo quello di At-Tuwani, coloni hanno incendiato altre due moschee, a Qusra e altrove nella regione di Nablus, con la stessa scritta di rappresaglia sui muri. La cura di chi torna a ridipingere una porta bruciata convive, insomma, con un ciclo di violenza che continua a ripetersi.

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