La crisi dei salari in Libano non nasce con il crollo del 2019; lo ha soltanto reso evidente. Per decenni il lavoro dipendente è stato trattato con sufficienza dall’oligarchia al potere, senza garanzie reali su condizioni di lavoro, protezione sociale e pensioni. Il lavoro informale riguarda circa il 60% dei salariati, il ramo per la disoccupazione della cassa di previdenza non è mai nato e lo Stato è rimasto a lungo inadempiente verso la stessa cassa. Intanto i sindacati sono stati svuotati di autonomia; il numero delle federazioni si è più che quadruplicato sotto la pressione dei partiti, trasformando il movimento in un’appendice del potere.
Toppe al posto delle riforme
Dopo il 2019 la lira ha perso circa il 98% del suo valore e i salari sono scesi a circa il 15% del loro potere d’acquisto. La risposta è stata l’improvvisazione. Nel settore pubblico sussidi, incentivi e rimborsi per i trasporti hanno sostituito una revisione strutturale delle retribuzioni, distribuiti peraltro in modo diseguale tra magistrati, docenti universitari e il resto dei dipendenti. In una certa fase questi accessori arrivavano a superare l’85% del compenso complessivo. Dal 2020 si sono succeduti diversi bilanci dello Stato, senza alcuna correzione organica di stipendi e pensioni.
Il privato e i 312 dollari
Nel settore privato lo Stato si è limitato a ritoccare per decreto il salario minimo, oggi pari a 28 milioni di lire al mese, circa 312 dollari al cambio di mercato. Una cifra che a stento garantisce una vita dignitosa; e il taglio del costo del lavoro, giustificato con la crisi, è finito in larga parte nei profitti delle imprese. La commissione tripartita sull’indice dei salari, intanto, resta ferma.
Il conto della rendita
Sullo sfondo c’è un modello economico fondato sulla rendita, su tassi d’interesse elevati e su un debito eccessivo, che ha bruciato i risparmi dei depositanti. Oggi oltre il 90% dei libanesi vive in povertà. Il salario medio ufficiale vale ancora meno di un terzo rispetto a prima del crollo.

