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Gerusalemme
16 August 2026

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[Gaza] Altri 3 giornalisti ammazzati, continua il tentativo di silenziare la stampa

Ancora tre giornalisti ammazzati da mano israeliana. Succede a Gaza, di nuovo. Succede mentre il mondo sembra aver normalizzato la morte e il silenzio imposto con le bombe. I loro nomi erano Suleiman Hajjaj, Ismail Badah e Samir Al-Rifai. Tre cronisti, tre testimoni. Lavoravano per Palestine Today TV e Shams News Agency, e sono stati uccisi il 5 giugno 2025, nel cortile dell’ospedale Al-Ahli Baptist a Gaza City, colpito da un drone israeliano mentre erano lì per raccontare, documentare, resistere con le parole all’orrore.

Un quarto giornalista, Ahmed Qaljah, di Al Arabiya, è in condizioni gravi. E con lui decine di feriti, tra operatori sanitari e civili. Ma nonostante tutto, il direttore dell’ospedale ha fatto sapere che non fermeranno il lavoro: “Non abbiamo scelta, siamo l’unico ospedale ancora attivo nel nord di Gaza”.

La madre di Suleiman ha raccontato di non aver avuto il coraggio di sapere subito. “Era una persona buona, gentile. Era mio figlio, era un giornalista. E io sono fiera di lui”. Come biasimarla. Come non sentire in quelle parole la fierezza, ma anche la disperazione di un popolo intero.

L’attacco è stato rivendicato da Israele con la solita formula: nel cortile, sostengono, si trovava un comandante della Jihad Islamica. Ma la versione, questa volta, ha sollevato indignazione su scala internazionale. Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) e la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) hanno chiesto indagini indipendenti, denunciando una sistematica campagna per silenziare la stampa.

Le cifre sono implacabili: oltre 225 giornalisti palestinesi uccisi dall’inizio della guerra. A Gaza si muore per raccontare. E chi resta, continua a lavorare, spesso con addosso il giubbotto blu “PRESS” che ormai sembra un bersaglio.

Nel frattempo, l’ospedale Al-Ahli Baptist continua a funzionare, tra macerie e sangue, con un personale che non ha il privilegio della paura. Perché, come ha detto uno di loro, “se chiudiamo anche noi, chi resta a salvare?”. E se nessuno resta a raccontare, chi potrà più ricordare?

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