C’è una scena, in questa storia, che vale da sola l’intero servizio giornalistico che il governo israeliano ha provato a bloccare. Il primo ministro sale su un aereo di domenica, senza annunci, senza il solito codazzo di comunicati dell’ufficio stampa; atterra negli Emirati Arabi Uniti, e lì, all’aeroporto, incontra lo sceicco Mohamed bin Zayed. Non per firmare accordi, non per stringere mani davanti alle telecamere: per chiedergli, dicono le fonti vicine a Mohammed Dahlan, di smentire pubblicamente una telefonata e per chiedergli, testuale: «supporto morale». Un capo di stato che vola di nascosto a implorare comprensione da un altro capo di stato ha, obiettivamente, un che di comico; se non fosse che la telefonata in questione riguardava l’avvertimento esplicito, quarantacinque minuti al telefono, che Hamas stava preparando un’operazione su vasta scala, e che quell’avvertimento Netanyahu non lo condivise mai con i suoi capi della sicurezza.
Appena la notizia del viaggio è uscita su Channel 12, però, non è arrivata una smentita: è arrivato lo Shin Bet, con un esposto alla censura militare, sostenendo che rivelare la gita agli Emirati avrebbe messo in pericolo la vita del premier e della delegazione. Il Mossad, si legge, l’ha definita una «grave minaccia alla sicurezza». Viene da chiedersi, con tutto il rispetto per gli analisti dei servizi segreti israeliani, quale sia esattamente la minaccia: che qualcuno negli Emirati si offenda nel sapere che il loro presidente ha ricevuto un primo ministro israeliano? O che il pubblico israeliano, messo di fronte a un altro tassello del mosaico, cominci a fare la domanda che l’opposizione fa da settimane, e cioè che cosa sapesse Netanyahu prima del 7 ottobre, e perché non l’abbia detto a nessuno?
Perché è qui che l’ironia smette di essere leggera. Bin Zayed, secondo quanto ricostruito da Haaretz e confermato da fonti al New York Times, aveva avvertito Netanyahu di un attacco imminente di Sinwar, esprimendo persino il timore che un’operazione simile avrebbe destabilizzato la regione e minacciato gli Accordi di Abramo; una preoccupazione, quella per gli accordi diplomatici, evidentemente più forte, in quella stanza, di qualsiasi allarme sulle vite dei civili israeliani. Netanyahu ascoltò, e non parlò. Migliaia di morti dopo, l’unica urgenza che il suo ufficio riesce a censurare con successo non è quella telefonata: è la fotografia del premier che, mesi dopo la strage che avrebbe potuto prevenire, torna dallo stesso uomo a chiedergli di coprirlo ancora una volta.

