Erano da poco passate le undici di sera quando ai Tubasi, cacciati due mesi fa dalla loro terra dalle molestie sistematiche dei coloni, l’amministrazione civile israeliana ha finalmente comunicato che quella notte stessa sarebbero potuti rientrare nelle loro case, a Jalud, in Cisgiordania. Un’ora dopo, scortati da veicoli di sicurezza, risalivano la collina; e per dieci minuti, forse, hanno potuto illudersi che un tribunale, per una volta, fosse stato più forte della violenza organizzata degli insediamenti.
Poi sono arrivate le orde. Circa cento coloni, dice l’esercito israeliano stesso, si sono riversati contro le abitazioni lanciando pietre; la polizia di frontiera ha ordinato alla famiglia di restare dentro, mentre i coloni tentavano di sfondare porte e finestre. I Tubasi sono saliti sul tetto; i coloni li hanno raggiunti anche lì, sopraffacendo gli agenti. Solo allora l’esercito ha deciso di caricare la famiglia su un blindato e portarla via. Mezz’ora dopo, dal tetto e dalle stanze in cui pochi minuti prima dormivano i bambini, si alzava il fumo.
Tre agenti feriti, tre coloni arrestati, tre veicoli sequestrati: questo il bilancio ufficiale di una notte in cui uno stato ha assistito, armato fino ai denti, all’incendio della casa che esso stesso, per ordine di un giudice, avrebbe dovuto proteggere. Il comunicato dell’esercito parla di episodi che «distraggono l’attenzione e compromettono la stabilità», come se il crimine fosse l’incendio doloso commesso da cittadini israeliani armati di pietre e taniche, e non l’incapacità, o la scelta, di impedirlo per l’ennesima volta.
Perché non è la prima volta, ed è questo che nessun comunicato ufficiale dirà mai con chiarezza. I Tubasi vivono in un’area dove, sulla carta, è l’Autorità Palestinese ad amministrare gli affari civili; ma la sicurezza, quella vera, quella che decide chi resta e chi fugge, chi brucia e chi no, resta saldamente nelle mani di Israele. Ed è la stessa notte, non lontano da lì, che i soldati hanno fatto irruzione ad Al Mughayyir per arrestare un residente palestinese, mentre i coloni, indisturbati, appiccavano il fuoco anche là.
Il rientro era già stato rinviato una volta, con la scusa di «vincoli operativi»; lo stato doveva aggiornare il tribunale entro il ventidue settembre su rientro e misure di prevenzione. Sono tornati invece i coloni, e con loro il fuoco: la prova più chiara di chi, in Cisgiordania, decide davvero chi ha diritto a una casa.

