Aprile 1970. Nel suo ultimo discorso alla Knesset, David Ben Gurion, padre fondatore dello Stato israeliano ed ex primo ministro, espone con lucida amarezza il dilemma che, a suo avviso, accompagnerà Israele per sempre: “La guerra dei Sei Giorni ha creato due nuove tendenze: quella dei fautori della pace e quella dei sostenitori del possesso di tutta la terra d’Israele. Io non so a quale appartengo, perché sono per entrambe.” Un’affermazione che sintetizza perfettamente la visione pragmatica e strategica di Ben Gurion, leader storico della sinistra sionista e interprete di un realismo nazionale che avrebbe segnato a lungo la politica israeliana. Alla vigilia della sua morte, nel 1973, egli individua chiaramente la posta in gioco: Israele è di fronte a un bivio tra il sogno ideologico della conquista e la necessità di costruire un equilibrio di potere stabile. Per lui, restituire i territori conquistati non deve mai avvenire se non in cambio di una pace tale da garantire a Israele una superiorità regionale duratura.
La sinistra sionista e il mito dell’anticolonialismo
I commenti di Ben Gurion, pronunciati al tramonto della sua vita politica, ricordano una verità spesso rimossa: la sinistra lavorista israeliana, pur egemone fino al 1977, non fu mai realmente anticoloniale. Anche nei suoi momenti più progressisti, rimase coerente con il principio fondante del sionismo: la costruzione e l’espansione di un focolare ebraico, possibilmente forte e autosufficiente, anche a costo di occupare nuove terre.
Questa eredità ideologica si riverbera ancora oggi. Dall’arrivo al potere nel 2022 della coalizione più a destra della storia del Paese, l’espansionismo israeliano ha conosciuto un’accelerazione senza precedenti. Dopo il 7 ottobre 2023, il discorso politico israeliano ha cessato di celare la propria ambizione territoriale dietro pretesti difensivi. Persino Benjamin Netanyahu, notoriamente laico, ha rivendicato in un’intervista del 12 agosto 2025 a i24NEWS di sentirsi investito di una “missione storica e spirituale” legata alla visione di un “Grande Israele”. Una formula che ha risvegliato antiche tensioni, ma che, in realtà, attraversa trasversalmente la storia del sionismo.
La “conquista dell’Ovest” e il “confine mobile”
L’idea di un “Grande Israele”, benché ricorrente, resta fluida e mutevole: per alcuni significa la sovranità tra il Mediterraneo e il Giordano, per altri l’estensione simbolica “dal Nilo all’Eufrate”. Essa risponde ora a esigenze strategiche, ora a pulsioni religiose. Fin dall’indipendenza del 1948, Israele si è definito più come progetto in corso che come Stato dai contorni fissi. Né la dichiarazione di indipendenza né la mancanza di una Costituzione hanno mai imposto confini definitivi, consentendo ai governi successivi di interpretare la geografia nazionale come un terreno negoziabile e in espansione.
Lo storico Zeev Sternhell ricordava che questo “vuoto costituzionale” fu deliberato: mantenere le opzioni aperte permetteva di reagire alle successive conquiste, come nel 1967, con flessibilità strategica. Per molti analisti, la frontiera israeliana è paragonabile alla frontiera americana dell’Ottocento — non una linea, ma un continuo movimento verso nuove terre, conquistate, colonizzate e integrate a tappe progressive.
Dalla Palestina mandatoria al mito biblico
Ben prima della proclamazione dello Stato, le posizioni dei leader sionisti erano improntate a una visione espansionista. Ben Gurion stesso scriveva nel 1937 che la creazione di uno Stato ebraico su parte della Palestina sarebbe stato solo un “inizio”, un mezzo per assicurarsi una base militare e politica da cui proseguire la colonizzazione. Chaim Weizmann, futuro presidente israeliano, considerava la divisione territoriale imposta dal Regno Unito nient’altro che una soluzione temporanea.
La guerra dei Sei Giorni del 1967 segnò il punto di svolta: in soli sei giorni, Israele conquistò non solo Gerusalemme Est, Gaza e la Cisgiordania, ma anche il Sinai e il Golan. Quella vittoria rese concreta l’idea, fino ad allora simbolica, di un’espansione “naturale” del territorio.
Il “mandato biblico” e le basi ideologiche
Sin dalle origini, i leader sionisti hanno rivendicato la Bibbia come legittimazione storica. “La Bibbia è il nostro mandato”, dichiarò Ben Gurion davanti alla Commissione Peel nel 1936. Uomini spesso laici o agnostici — come Weizmann, Jabotinsky o lo stesso Ben Gurion — riconoscevano nella narrazione biblica una legittimità politica e storica, non teologica. Il racconto sacro forniva un linguaggio di diritto e di destino, utile tanto alla diplomazia quanto alla mobilitazione interna.
Già nel 1919, Weizmann chiedeva che la frontiera nord di Israele comprendesse il fiume Litani, motivando la richiesta non in termini religiosi ma economici: l’acqua come risorsa vitale per l’irrigazione e l’energia elettrica. Il “Grande Israele” nasce dunque dall’incontro di fattori religiosi, identitari, economici e strategici.
Sionismo religioso e deriva messianica
Negli anni successivi, il movimento sionista si spaccò tra i lavoristi, disposti a limitarsi alla Palestina mandatoria, e i revisionisti, guidati da Jabotinsky, che rivendicavano la sovranità su entrambe le rive del Giordano. Dopo il 1948, la sinistra si concentrò sulla costruzione dello Stato, mentre la destra continuò a coltivare il sogno territoriale. Le guerre successive – in particolare quella del 1967 – accesero il fervore messianico, spingendo il sionismo religioso a saldarsi al nazionalismo politico. La Cisgiordania divenne allora il laboratorio di un nuovo mito di “redenzione territoriale”.
Negli anni ’70 e ’80, la destra religiosa e i movimenti dei coloni presero il sopravvento. Le colonie, inizialmente presentate come basi temporanee di sicurezza, diventarono l’ossatura di una strategia permanente. Con l’ascesa al potere di Menahem Begin nel 1977, il sogno del “Grande Israele” si tradusse in una politica di espansione sistematica, sostenuta da una narrativa teologica del diritto divino.
Dal “Nilo all’Eufrate”: mito, demografia e potere
Nel XXI secolo, l’idea di un Israele senza confini fissi riaffiora nelle parole di figure come Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e principale esponente della destra religiosa. In una conferenza del 2023, parlò apertamente di un “Grande Israele che si estende dal Nilo all’Eufrate”, dietro una mappa identica a quella ideata da Jabotinsky. Tuttavia, la realtà politica si scontra con i limiti demografici: più il territorio si amplia, più si complica il mantenimento di una maggioranza ebraica stabile.
La legge fondamentale sullo Stato-nazione del 2018 e la risoluzione della Knesset del febbraio 2024, che respinge ogni ipotesi di Stato palestinese “fra il fiume e il mare”, confermano una tendenza: Israele preferisce consolidare il controllo sui territori occupati piuttosto che definirsi entro limiti chiari. Le recenti guerre con Hezbollah e le operazioni nel sud della Siria si iscrivono pienamente in questa logica di “espansione sicura”.
Dal fiume al mare
Mentre i discorsi occidentali si concentrano sullo slogan “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”, accusato di negare l’esistenza d’Israele, resta inevasa una domanda speculare: quale Israele dovrebbe essere riconosciuto, se Israele stesso non ha mai stabilito dove finisce?
Dalla Nakba del 1948 fino a oggi, i governi israeliani, di sinistra come di destra, hanno mantenuto costantemente la stessa prerogativa: non fissare mai definitivamente i propri confini. La “Grande Israele” non è solo un sogno messianico o nazionalista. È l’orizzonte implicito di una politica che continua, a piccoli passi, a ridefinire la propria espansione. Un processo iniziato con Ben Gurion, giustificato da motivi di sicurezza, e divenuto con Netanyahu e i suoi eredi una dottrina permanente di conquista.

