Con l’espansione a 48 nazionali, il Mondiale 2026 prevede 104 partite tra l’11 giugno e il 19 luglio, distribuite tra Stati Uniti (78 gare), Messico (13) e Canada (13). Chi sperava che questa formula a tre nazioni rendesse la competizione più appassionante e inclusiva si è dovuto scontrare con una realtà ben diversa: le restrizioni imposte dall’amministrazione Trump hanno trasformato questa 23ª edizione nel Mondiale più controverso di sempre. Ancora prima del calcio d’inizio, le polemiche si sono moltiplicate, minando i valori fondamentali dello sport.
La crisi dei visti: Iran, Marocco e celegazioni nel Caos
Il caso più eclatante riguarda l’Iran: le autorità statunitensi hanno negato i visti a circa 15 membri dello staff amministrativo e dirigenziale della delegazione iraniana. La federazione iraniana ha poi annunciato il ritiro dell’intera quota ufficiale di biglietti, lasciando migliaia di tifosi, già in possesso di visto, voli prenotati e alloggi pagati, senza la possibilità di assistere alle partite, con perdite economiche per decine di migliaia di dollari. Il ritiro della nazionale è stato spostato dall’Arizona a Tijuana, in Messico, obbligando i giocatori a entrare e uscire dagli Stati Uniti il giorno stesso delle partite, con evidenti ripercussioni fisiche e psicologiche. Anche il Marocco ha vissuto un’odissea: al centrocampista Zakaria El Wahidi è stato negato il visto per ben due volte, costringendo il commissario tecnico a convocare Ali Maamar come riserva d’emergenza pur non essendo nella lista finale. Restrizioni simili hanno colpito i tifosi della Scozia, privati dei visti, e la delegazione del Senegal, sottoposta a controlli umilianti negli aeroporti americani, con l’impiego di cani poliziotto e perquisizioni manuali in pista.
Il “rosso” all’arbitro somalo: un sogno spezzato al gate
Il caso simbolo di questo Mondiale è quello dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, 34 anni, eletto miglior direttore di gara africano nel 2025 e primo somalo designato per una fase finale del Mondiale. All’arrivo all’aeroporto di Miami è stato fermato, sottoposto a controlli supplementari e dichiarato inammissibile, nonostante fosse in possesso di un passaporto diplomatico rilasciato dall’ambasciata somala a Nairobi. Dopo ore di attesa in una stanza, è stato rimandato a Istanbul senza che gli venisse fornita alcuna spiegazione ufficiale convincente. La FIFA, pur confermando l’esclusione, ha dichiarato di non avere alcuna autorità sulle decisioni di immigrazione del Paese ospitante — lo stesso ente che mesi fa aveva assegnato a Donald Trump il premio FIFA per la pace. Le proteste si sono moltiplicate, ma senza alcun risultato concreto.

Problemi logistici e caldo: un Mondiale a ostacoli
Le difficoltà non si limitano ai visti. La Svizzera ha denunciato la presenza di serpenti velenosi nel proprio centro di allenamento a San Diego, tanto da pubblicare sui canali ufficiali una mappa con una “Snake Area” segnalata in rosso. La stessa situazione ha coinvolto la Norvegia, che ha segnalato la presenza di serpenti “Copperhead” nel proprio campo base in Carolina del Nord. In Messico, il Giappone ha presentato tre richieste di cambio di sede di allenamento a causa della pessima qualità dei terreni di gioco. A tutto questo si aggiunge il pericolo delle temperature estreme, che potrebbero influenzare le prestazioni dei giocatori, rendendo i cooling break obbligatori in più momenti di ogni partita. Le distanze enormi tra le 16 città ospitanti nei tre Paesi complicano ulteriormente la logistica per squadre e tifosi — con migliaia di biglietti ancora invenduti e altrettante domande di visto rimaste senza risposta.

