Con la scomparsa di Ziad Rahbani, il Libano ha perso molto più di un semplice musicista o drammaturgo: ha perso uno spirito libero e sovversivo, capace di reinventare la sinistra, la satira e la musica araba. Tra i tanti ricordi che emergono dai suoi amici più stretti, spicca la voce di Avo Tutunjian, sassofonista e compagno di lunga data, che racconta le notti difficili trascorse a provare sotto le bombe, quando attraversare Beirut per raggiungere uno studio di fortuna era un’incognita quotidiana. «Ziad aveva l’orecchio assoluto — dice — riusciva a individuare una falsa nota in un’orchestra di 65 musicisti, con le spalle rivolte al palco». Questa meticolosità e perfezionismo emerge anche nei ricordi di Khodr Badran, pianista che lo conosceva bene: «Non tollerava approssimazioni. Ogni nota e ogni silenzio erano calcolati con cura». Tuttavia, non era un despota: la sua dolcezza, il suo umorismo e la capacità di sciogliere tensioni durante le prove restano parte indelebile del suo carattere.
Ziad Rahbani non si limitò mai a proseguire l’eredità familiare dei Rahbani. Figlio di due icone, Feyrouz e Assi Rahbani, scelse di rompere con le tradizioni pastorali e idealizzate della famiglia per abbracciare un’estetica più urbana, ironica e radicata nelle fratture reali della società libanese, segnata dalla guerra civile. Fin da giovane, Ziad si distinse per il suo spirito critico e provocatore, dando vita a opere teatrali che affrontavano temi scomodi come il comunitarismo, il patriarcato e il conformismo, temi divenuti tratti distintivi della sua produzione artistica.
Anche nel privato, Ziad fu un uomo complesso e profondo. Il suo legame con le donne, sia nelle opere sia nella vita, era improntato a un’intelligenza acuta e a una profonda umanità. Amava dipingere i personaggi femminili con tenerezza disincantata, lontano da stereotipi o idealizzazioni. Dopo un matrimonio e dolorose separazioni, scelse di proteggere gelosamente la sua sfera privata, vivendo spesso un’affettività solitaria, talvolta attraversata da malinconia.
Parallelamente all’impegno artistico, Ziad mantenne sempre una forte coscienza politica: marxista convinto, denunciò l’occupazione israeliana, il capitalismo e le ipocrisie comunitarie, facendo della satira politica e della musica un vero e proprio strumento di lotta. La sua capacità di fondere jazz occidentale e musica araba, innovando con un linguaggio originale e personale, lo ha reso un pioniere della musica moderna libanese.
La scomparsa di Ziad lascia un vuoto enorme, non solo nel panorama culturale libanese, ma nell’animo di chi ha trovato nella sua opera uno specchio per comprendere le contraddizioni del proprio tempo. Di lui, i suoi amici ricordano soprattutto la capacità di abitare la rabbia e l’assurdo con ironia, di far danzare il caos e di disobbedire per creare. Un’eredità che continuerà a vivere, non per consolare, ma per far riflettere e ispirare nuove generazioni.
Il servizio di al Jazeera
L’articolo de il Manifesto

