Raid statunitensi e israeliani nella notte hanno colpito Teheran e altre città iraniane uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei e diversi alti comandanti militari, tra cui il capo di stato maggiore Abdul Rahim Mousavi e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh. Subito dopo le esplosioni nella capitale, le televisioni iraniane hanno interrotto i palinsesti ordinari, mentre colonne di fumo erano visibili in vari quartieri strategici della città.
Intorno alle 06:2, la tensione si è estesa ai paesi vicini: l’ambasciata statunitense in Giordania ha diffuso un’allerta urgente, segnalando la presenza di missili, droni o razzi nello spazio aereo giordano e invitando chi si trova nel Paese a cercare immediatamente riparo al chiuso e seguire le istruzioni delle autorità locali. Pochi minuti dopo, i media iraniani hanno annunciato la formazione, in giornata, di un Consiglio di leadership temporaneo, in base all’articolo 111 della Costituzione: ne faranno parte il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni‑Ejei e un religioso del Consiglio dei Guardiani, incaricati di assumere i poteri della Guida fino alla scelta del successore da parte dell’Assemblea degli Esperti.
Nel frattempo, secondo aggiornamenti di questa mattina, l’Iran avrebbe avviato o preparato attacchi di ritorsione contro obiettivi statunitensi e israeliani nella regione, alimentando il timore di un rapido allargamento del conflitto a tutto il Medio Oriente.
La giornata di ieri: Tutta la regione sotto le bombe
Ed ora?
L’uccisione di Ali Khamenei nel pieno dell’offensiva congiunta USA‑Israele contro l’Iran ha fatto esplodere tutte le fratture latenti del paese, ma ha anche prodotto un riflesso di chiusura nazionale. Una parte consistente della società continua a mobilitarsi a sostegno dell’establishment, come mostrano le immagini delle piazze gremite a Teheran, Mashhad e Qom, dove la narrativa è quella della “resistenza” sotto attacco esterno. Parallelamente, rimane ampio il fronte del malcontento: solo a dicembre le proteste per il carovita e la crisi economica si erano rapidamente trasformate in contestazione politica più generale, segnalando una sfiducia profonda nelle performance del sistema.
Tra questi due poli si estende una vasta “zona grigia” che non si riconosce né nella fedeltà al regime, né in un’opposizione aperta, ma che oggi è attraversata da un misto di frustrazione, paura e incertezà di fronte a un cambio di fase percepito come esistenziale. L’assassinio del leader avviene infatti mentre il paese è sotto attacco e questo, più che spingere verso una sollevazione, sembra favorire un temporaneo “stringersi attorno alla bandiera”, come osservano alcuni analisti, tra cui il consigliere per la sicurezza nazionale Ali Larijani, che ha annunciato la formazione di un Consiglio di guida provvisorio per gestire la transizione. Nello stesso tempo si apre la partita della successione: l’articolo 111 della Costituzione prevede un Consiglio di guida temporaneo – formato dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura e da un religioso del Consiglio dei Guardiani – incaricato di traghettare il sistema fino alla scelta del nuovo Guida Suprema da parte dell’Assemblea degli Esperti. Sullo sfondo, le contraddizioni della guerra di Trump, lanciata in nome della “libertà” dopo anni di critica al nation‑building, alimentano la percezione iraniana di un’ennesima ingerenza esterna, mentre il rischio di ulteriore escalation regionale resta altissimo.
Cosa sappiamo sulla scuola di Minab
Un missile di precisione riconducibile agli attacchi USA‑Israele ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran, nella mattina del 28 febbraio, uccidendo decine di bambine e ferendo decine di altre. Le stime ufficiali iraniane parlano di tra 80 e 108 morti, prevalentemente ragazze tra i 6 e i 12 anni, con molti feriti.
L’edificio scolastico è stato praticamente raso al suolo con i genitori che hanno trovato le aule completamente distrutte e alcune vittime ancora sotto le macerie, mentre ambulanze e squadre di soccorso hanno lavorato per ore per liberare i sopravvissuti.
Teheran ha denunciato l’episodio come un “crimine di guerra” e un attacco deliberato a un obiettivo civile, mentre Stati Uniti e Israele parlano di operazioni mirate a obiettivi militari.

